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17 Aprile 2012 | 0 comments

Il desiderio di vendetta per un danno grave e irreparabile

In molti casi capire il perché di un proprio obiettivo e il perché di un proprio comportamento emozionale può portare velocemente a cambiare strada ed imboccarne una più sana. Uno di questi casi è quello del desiderio di vendetta. In questo articolo espongo cosa secondo me accade quando una persona ha un grande desiderio d punire chi le ha procurato un danno grave e irreparabile; mi riferisco a situazioni in cui, potendo scegliere una sola possibilità fra punire il comportamento del colpevole oppure veder istantaneamente riparato il danno subito, chiunque propenderebbe per quest’ultima. Non mi riferisco quindi a situazioni in cui ad esempio la voglia di vendicarsi è legata a una questione di principio.

Parlando di temperamento personale, inclinazione al perdono, vendetta, e parlando del lento sistema giudiziario italiano ho sentito molte volte dire qualcosa tipo:

“Da un punto di vista razionale mi rendo conto che in un paese civile farsi giustizia da soli è ovviamente vietato; ma se una persona lo fa, prima di giudicarlo mi metto nei suoi panni: se sapessi che qualcuno ha ammazzato volontariamente una persona a me cara, di sicuro gli farei fare la stessa fine, se ne avessi la possibilità”

Per parlare di vendetta o non vendetta, tema che purtroppo può riguardare un’infinità di situazioni (e ad altrettante situazioni le riflessioni che segue sono applicabili), prendo come esempio lo stesso che viene portato di solito nelle conversazioni: quello, appunto, dell’omicidio di una persona cara, diciamo un fratello.
Trovo che nell’animo della persona desiderosa di vendetta si debbano non mischiare, ma distinguere due elementi:

– la tristezza per la perdita del fratello
– la rabbia per il fatto che l’assassino abbia commesso un’azione ingiusta

Quando ho visto in televisione persone invitate dall’intervistatore (inopportunamente, ahimè) ad esternare i propri sentimenti dopo l’omicidio di una persona cara, e anche a fare un commento sull’assassino, ho notato due tipi di atteggiamenti, che rivelano dove in quel momento è orientata l’attenzione:

– “I miei pensieri sono dedicati interamente a [nome della persona uccisa]; non c’è spazio nella mia testa per pensare all’assassino”
– “L’assassino deve pagare, perché deve essere fatta giustizia”

Se il commento tocca entrambi gli argomenti, quindi è una dichiarazione del tipo “Era una persona stupenda; chi l’ha ucciso deve essere punito”, osservando la persona parlare si può comunque capire quale delle due osservazioni era in quel momento una “argomentazione”, e quale il “tema principale” su cui veramente l’attenzione era focalizzata.

Non sto dicendo che chi pensa al fratello ucciso ritiene poco importante la punizione per l’assassino, o chi parla di punizione per l’assassino non era affezionato al fratello. Dico che in un preciso istante è possibile provare un solo sentimento: se si prova tristezza, non si prova rabbia, e viceversa. E chi racconta di aver passato una giornata immerso nella rabbia e nella tristezza, probabilmente ha fatto con la testa avanti e indietro fra pensieri che generano rabbia e pensieri che generano tristezza.

Tornando alla persona che, conversando, afferma tipo

“Non so quale sia la tua indole… la mia è questa: se una persona ammazza mio fratello, io la ri-ammazzo”,

si può notare come abbia impostato la sua affermazione come dire “Rispetto la tua posizione se è diversa dalla mia, forse sono fatto male, ma io ho questo carattere qui e non posso farci nulla“.
Ma è molto probabile che in realtà stia pensando

“Se sei talmente matto da perdonare l’assassino di tuo fratello forse finirai nel paradiso dei tonti, se esiste… a me pare una minchiata… Ammazzare chi avesse ucciso mio fratello per me sarebbe la missione più importante a cui dedicare tutto me stesso”.

Dal comportamento non verbale della persona che sta tramando una vendetta, o che anche solo a parole mostra di desiderare di vendicarsi in qualche modo, si può vedere come la “tensione” nei confronti di questa sua missione si regga su una più o meno conscia bugia, del tipo “Quando e se riuscirò a vendicarmi, starò bene” (anche se a voce alta cerca di buttarla sul razionale dicendo “La vendetta non mi restituirà mio fratello, ma almeno avrò tolto dal mondo un assassino“). Nella testa c’è comunque il pensiero “Il mio problema adesso è riuscire a vendicarmi”. Il problema non è la morte del fratello. Il problema è vendicarsi.

La decisione di focalizzare l’attenzione sulla vendetta è un modo per distogliere la propria attenzione dalla tristezza, da cui la persona fugge.

Desiderare ossessivamente la vendetta = Reprimere il sentimento causato dal danno subito.

…Tant’è vero che, quando sopraggiunge la possibilità di vendicarsi, la persona può rendersi conto di non trovare nella vendetta quella soddisfazione che pensava.
Ecco cosa raccontava George Orwell nel 1945, da corrispondente di guerra, riferendosi alla scena in cui un ebreo, con un forte calcio aveva colpito un prigioniero che aveva ricoperto un importante ruolo nelle SS:

Sa il cielo tutte le cose di cui quest’uomo avrebbe voluto vendicarsi; con ogni probabilità la sua intera famiglia era stata sterminata. In fondo, anche un violento calcio dato con freddezza a un prigioniero è cosa insignificante, paragonata alle atrocità commesse dal regime hitleriano. Tuttavia, questa scena e molte altre a cui ho assistito in Germania, più volte mi hanno reso evidente che l’intero concetto di ritorsione e castigo è un infantile vaneggiamento. A rigor di termini, non esiste affatto qualcosa come la ritorsione o la vendetta. La vendetta è un’azione che si vorrebbe compiere quando e proprio perché si è impotenti: appena questo sentimento di impotenza scompare, svanisce anche il desiderio di vendicarsi. Chi, nel 1940, non avrebbe fatto salti di gioia all’idea di vedere gli ufficiali delle SS presi a calci e umiliati? Eppure, appena diviene possibile, ciò appare soltanto patetico e ripugnante.

Immediatamente dopo una vendetta, finisce quella tensione mentale verso quel gesto. E la vendetta, non occupando più la mente, lascia spazio alla tristezza che era stata fino ad allora messa da parte.

Oppure, se la vendetta è consistita in un’azione che configura un reato per cui la persona viene denunciata o si costituisce, la tristezza può ancora rimanere da parte, perché la mente può essere occupata a pensare a come difendersi nel processo. Ma dopo il giudizio, dopo gli eventuali ricorsi in appello e in cassazione, e dopo il pronunciamento dell’ultimo giudice, che si tratti di una condanna o di un’assoluzione, la mente potrebbe essere di nuovo sgombra da questa occupazione, e allora la tristezza, repressa per tutto quel tempo, potrebbe ritornare.

Ho parlato ovviamente in maniera schematica perché, come dicevo sopra, è possibile che durante una giornata l’attenzione di una persona si sposti da un pensiero all’altro, quindi da un sentimento all’altro, e certamente nel momento in cui una persona dedica tutta sé stessa alla vendetta, passa giornate in cui ci sono momenti di tristezza, così come durante un processo che può durare anni la mente non è certo sempre fissata su quel processo. Ma comunque sussiste un’impostazione mentale caratterizzata da una certa direzione, un obiettivo principale, ed è questo che determina in gran parte i risultati che si ottiene, compresa la propria qualità di vita emozionale.

Il consiglio che do a chi ha subito un torto grave, doloso e irreparabile non è su quanto tempo dedicare alla rabbia e quanto tempo alla tristezza. Consiglio più semplicemente, e più in generale, di

Non “pompare” un sentimento per “scalzarne” un altro.

Come sempre, anziché essere messo sotto al tappeto, un sentimento negativo deve fare il suo corso, che può anche essere accelerato e quindi concludersi più velocemente grazie a una o più tecniche che varie discipline di evoluzione personale offrono, e che a seconda dei casi possono essere praticate efficacemente in autonomia, o a un corso, o con una sessione individuale di Life Coaching.

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